Con la proclamazione del Regno d’Italia non erano stati raggiunti tutti gli obiettivi di indipendenza e unità che i patrioti italiani si erano proposti
Il nuovo Stato doveva ora affrontare numerosi e gravi problemi: politici, amministrativi, sociali ed economici
Il processo di unificazione era avvenuto in un tempo molto breve, nel giro di soli due anni, dal 1859 al 1861, e ora bisognava trasformare realtà diverse (per economia, cultura, organizzazione e lingua) in un unico Stato
Dal 1861 al 1876 ad affrontare questo problema furono i governi della Destra storica, raggruppamento erede della politica liberale moderata di Cavour, formato dall’aristocrazia e dalla borghesia del centro-Nord
Il primo problema da affrontare era l’organizzazione, e le due soluzioni possibili prevedevano un decentramento (federalismo) o un accentramento (imposizione a tutto il Paese del sistema piemontese centralista). Si scelse la seconda, vista come unica soluzione di fronte a uno Stato ancora fragile, e per non dare spazio a rivendicazioni locali
Lo Statuto Albertino divenne la costituzione italiana, le monete dei diversi Stati furono sostituite da quelle piemontesi (lira piemontese fu estesa a tutto il Paese), per ogni provincia fu posto un prefetto nominato dal Governo, che nominava i sindaci e controllava polizia, scuola, sanità, lavori pubblici
Queste scelte trovarono difficoltà: i prefetti scelti erano persone sconosciute nei territori e loro stesse non conoscevano nulla di quei luoghi. La “piemontesizzazione” dell’Italia non favorì la costruzione di un’identità nazionale. Lo Stato italiano ancora oggi conserva quel carattere accentrato, burocratico e inefficiente
Sul piano economico, le scelte andarono nella direzione dell’unificazione, della creazione di infrastrutture e del raggiungimento del pareggio di bilancio. Inizialmente ogni capoluogo di regione poteva stampare moneta, fino al 1893 (nascita banca Italia)
Si tentò di aprire l’Italia all’economia europea (abolizione dogane interne, estensione tariffa doganale piemontese verso l’estero, firma di trattati commerciali con Francia e Gran Bretagna). L’Italia era però destinata a restare divisa tra nord e sud
La frammentazione territoriale era una delle cause del mancato sviluppo, per cui era necessario “cucire lo stivale”, cioè creare le infrastrutture con cui connettere le varie zone. Ma il debito pubblico già molto elevato non lo permetteva
La Destra storica sviluppò tutta una serie di investimenti pubblici che posero le basi per l’industrializzazione di fine secolo. Ciò fu possibile principalmente grazie a prestiti esteri e un inasprimento del prelievo fiscale, non sui redditi ma sui beni di consumo (tassa sul macinato). Le rivolte contadine che scoppiarono dopo l’introduzione della tassa furono il segno del malcontento
2. La rivolta nel Meridione – p.233
Le regioni del Mezzogiorno furono le più danneggiate dalle scelte della Destra storica. La politica di libero scambio e l’abolizione dei dazi fecero crollare la già debole industria del sud
La riforma agraria promessa da Garibaldi non fu attuata e la Destra si alleò con i potenti baroni locali che conservarono gli stessi privilegi che avevano con il Regno borbonico
La tassazione piemontese fu ancora più pesante, e fu estesa la leva obbligatoria che imponeva 7 anni di servizio militare
Davanti a queste misure prese via una rivolta popolare che prese il nome di brigantaggio, che costituì un vero e proprio esercito organizzato in bande, che agivano secondo la tattica della guerriglia
Il governo rispose con la repressione militare. Intere province furono poste in stato d’assedio
La repressione non risolse ma aggravò i problemi del Meridione, cioè la miseria della maggior parte della popolazione e la difficoltà a sentirsi parte di uno Stato vissuto come distante, estraneo e oppressivo
La Destra tentò di risolvere i problemi sociali mettendo in vendita le terre confiscate al clero e al Regno Borbonico ma i contadini erano poveri e non poterono comprarle, così finirono ancora una volta in mano ai ricchi latifondisti
Il divario tra Nord e Sud si allargò ancora più in quella che venne definita la Questione meridionale
Per molti intellettuali dell’epoca la questione meridionale era nient’altro che la “questione italiana”: Saverio Nitti, Piero Gobetti, Sidney Sonnino, Gaetano Salvemini, Antonio Gramsci, Luigi Sturzo. Per loro, i problemi dell’Italia unita si sarebbero risolti solamente con quelli del sud
Le soluzioni prospettate furono molte: bonifiche e rimboschimenti, costruzione di acquedotti e abolizione dei latifondi, difesa della proprietà contadina e promozione della piccola industria locale e domestica. L’opinione pubblica credeva invece nelle tesi del criminologo Cesare Lombroso: il mancato sviluppo del sud era dovuto a un’inferiorità biologica che li rendeva incapaci al lavoro
Il compimento dell’unità – p.236
Dal punto di vista territoriale, per l’unità mancavano ancora i territori nord-orientali del Triveneto (Trentino, Veneto e Friuli), il Lazio e Roma
Con la guerra tra Prussia e Austria del 1866 il governo tentò di ottenere dall’Austria le tre Venezie, ma le trattative fallirono così si alleò con la Prussia contro l’Austria. Inizia la Terza guerra d’Indipendenza
L’esercito italiano fu sconfitto a Custoza ma la Prussia sconfisse l’Austria. Gli italiani furono ancora sconfitti a Lissa, ma la pace di Praga tra Austria e Prussia e quella di Vienna tra Austria e Italia sancirono il passaggio del Veneto prima a Napoleone III, poi all’Italia, a cui lo cedette
I democratici invece puntavano principalmente alla conquista di Roma, a cui Papa Pio IX si opponeva. Garibaldi organizzò due spedizioni, la prima nel 1862, a cui però si opponeva lo stesso Stato italiano con le sue truppe, che lo fermarono, anche a causa delle forti pressioni internazionali di Francia e Austria, che non volevano la fine dello Stato della Chiesa
Nel 1864 il governo firmò la Convenzione di settembre, che spostava la capitale a Firenze e garantiva la difesa di Roma
Nel 1867 Garibaldi tentò una seconda volta di risolvere con le armi quella che ormai era detta la “questione romana”, e furono le truppe francesi a fermarlo
Per la conclusione della questione romana si deve attendere il 1 settembre 1870. Napoleone III viene sconfitto a Sedan dall’esercito prussiano e il Papa perde la protezione francese. Il 20 settembre i bersaglieri entrano a Porta Pia dopo avere aperto una breccia con i cannoni. Pio IX oppose solamente una simbolica resistenza, al fine di mostrare al mondo l’atto di forza compiuto dal Regno d’Italia. L’annessione fu sancita da un voto popolare
L’annessione dello Stato della Chiesa, che non accettò la nuova situazione politica, aprì una frattura tra laici e cattolici che pesò per decenni, in particolare con il Non expedit, il decreto che vietava ai cattolici di partecipare alla vita politica italiana. Pio IX scomunicò i governanti italiani e si dichiarò prigioniero in Vaticano