La società di Antico regime
Con questo termine si indica un modello di stato che si affermò nella Francia di Luigi XIV. È definito dalla sovranità assoluta, ovvero la concentrazione totale del potere nelle mani del sovrano. L’unica fonte della legge è la volontà del re, il cui potere è posto sopra ogni altro e non può essere limitato da nessuno. Si affermò in buona parte dell’Europa perché con la sua autorità era l’unico sistema in grado di salvaguardare due esigenze: la pace religiosa e la forza militare.
In questa società i cittadini non sono abitanti ma sudditi, e sono divisi in ordini sociali (o stati), la cui appartenenza è definita per nascita. In Francia ce ne erano tre: nobiltà, clero e Terzo stato. Ognuno di questi ordini aveva leggi diverse. La diseguaglianza era sancita per legge.
I nobili erano coloro che vivevano di rendita, per diritti ereditari, e consideravano il lavoro degradante e indegno della loro condizione sociale. Il clero si divideva in alto e basso: al primo appartenevano vescovi, abati e ricchi parroci di città, mentre nel secondo vi erano i poveri sacerdoti di campagna. I membri dell’alto clero avevano gli stessi privilegi dei nobili, quelli del basso clero vivevano in condizioni simili ai contadini, ovvero i ceti più umili.
Nobili e clero costituivano la minima parte della popolazione, intorno al 2 per cento del totale. Tutti gli altri erano sudditi, appartenenti al Terzo Stato: la ricca e colta borghesia (giudici, avvocati, mercanti, imprenditori, medici) e coloro che esercitavano un lavoro manuale (artigiani, lavoratori salariati, contadini).
A inizio Settecento, l’Antico regime era il modello di Stato prevalente in Europa. Le uniche due eccezioni erano quelle di Inghilterra e Olanda. Nel primo caso, si scontrò con la forza sociale crescente della borghesia, e con la formazione di una monarchia parlamentare (in cui il potere del re è limitato da un parlamento). Nel secondo caso, con lo stato repubblicano a statuto federale che si era formato nelle Province unite d’Olanda, in cui la sovranità appartiene agli stati provinciali, poi rappresentati negli Stati federali, e dove le cariche pubbliche erano elettive.
Alle radici del primato europeo
All’inizio del Settecento l’Europa non era la regione più sviluppata del mondo. La Cina era più avanzata dal punto di vista tecnologico e economico e anche l’India aveva capacità produttive superiori. In soli cinquant’anni, però, in Europa si svilupparono cambiamenti che portarono a una crescita mai vista prima. Dopo la rivoluzione scientifica del Seicento il processo di trasformazione sociale e politica si intensificò sempre di più.
Ci furono due rivoluzioni politiche, quella americana e quella francese, che modificarono fortemente il mondo occidentale. La rivoluzione del settore agricolo determinò una rivoluzione nella demografia, con la popolazione che crebbe in maniera esplosiva. La rivoluzione industriale, infine, trasformò il modo di produrre, distribuire e consumare. Nel giro di due secoli lo squilibrio tra Europa e resto del mondo divenne evidente. Alla fine del Novecento gli indicatori mostrano le condizioni di benessere europeo maggiori di tutto il resto del mondo, e i paesi in crescita, per arrivare ad essere definiti tali, hanno adottato lo stesso modello economico europeo.
Boom demografico e rivoluzione agricola
Dal Trecento al Seicento la popolazione europea rimase in equilibrio, mentre dal Settecento iniziò un processo di crescita esplosivo, che si fermerò solo alla fine del Novecento. Tra ‘700 e ‘800 la popolazione europea passò da 115 a 188 milioni di abitanti, aumentando del 63%. La causa principale fu il declino della mortalità, dovuto alla scomparsa delle epidemie di peste, alla riduzione delle carestie (grazie al miglioramento del clima), alla diffusione di nuove coltivazioni che arricchirono le diete alimentari, al miglioramento delle condizioni igienico sanitarie. Ma più di tutti contribuirono i mutamenti nella produzione agricola.
La maggiore produzione agricola fu possibile grazie all’aumento delle superfici coltivate, grazie a opere di bonifica, terrazzamento e disboscamento (agricoltura estensiva). In alcune aree, come Inghilterra, Olanda e Pianura Padana, fu invece possibile grazie a tecniche che permettevano un migliore sfruttamento del suolo (agricoltura intensiva). Nacque inoltre la disciplina dell’agronomia, che si proponeva l’obiettivo di studiare le caratteristiche dei terreni per ottenere la massima produttività. Si poté parlare di rivoluzione agricola, in particolare, grazie alla fine del sistema dei campi aperti – appezzamenti coltivati in comune – e della rotazione triennale, dove la terra era divisa in tre settori: invernali, primaverili, a riposo. I grandi proprietari introdussero recinzioni e si affermò la proprietà privata: se prima la terra era un bene patrimoniale, di cui non si poteva godere pienamente, con il diritto di proprietà diventa una merce, permettendo inoltre una diversa e migliore organizzazione del lavoro agricolo.
Il nuovo ruolo della borghesia
Nelle città, invece, il protagonista dei mutamenti è la borghesia. Il termine, che in origine indicava chi abitava in un borgo medievale, nei secoli assunse una nuova connotazione, fino a indicare figure sociali e professionali come banchieri, mercanti, imprenditori o artigiani. Un gruppo sociale molto diversificato in base a ruoli sociali e Paesi. Era più sviluppato e forte in Inghilterra, Olanda, in alcune aree della Francia e dell’Italia settentrionale, meno nell’Europa orientale dove era ancora molto diffusa l’aristocrazia feudale.
Anche valori e aspirazioni erano diversi. Alcune borghesie ricercavano la propria affermazione sociale nella proprietà terriera o in uno stile di vita aristocratico, altre invece mettevano in discussione le gerarchie e i privilegi delle classi dominanti legate al passato feudale. In ogni caso la borghesia era cosciente del proprio ruolo nell’accrescere la ricchezza della nazione, e mirava a un profondo rinnovamento dello Stato e della società, basato sulla valorizzazione del merito, del talento, della libertà economica e di accesso alle cariche pubbliche e alla rappresentanza politica.
Cap. 2– L’età dell’illuminismo
La rivoluzione scientifica del Seicento contribuì ad accelerare la fiducia nelle capacità razionali dell’uomo e nella sua comprensione della realtà. Così filosofi e letterati svilupparono un nuovo movimento culturale: l’illuminismo
Il suo compito è di fare luce sulle tenebre dell’ignoranza e del fanatismo attraverso la ragione umana. La ragione diventa uno strumento autonomo per comprendere il mondo, perciò tutte le conoscenze tradizionali vanno respinti o accettati secondo il giudizio della ragione. Ogni credenza o conoscenza accettata in passato deve presentarsi davanti al “tribunale della ragione”.
Da ciò ne derivano due conseguenze. 1. La libera critica nei confronti di ogni autorità, compresa quella religiosa, e quindi una concezione laica della vita pubblica. Il vero e il giusto diventano così garantiti solo dai principi della “ragione” illuministica. 2. Essendo la ragione innata e presente nella stessa misura in tutti gli uomini, ne discende che tutti gli uomini sono uguali e quindi devono godere dei diritti e doveri. Vengono cioè enunciati i principi di uguaglianza e di libertà.
Anche la concezione della storia che ne viene introdotta è nuova: la storia umana inizia ad essere considerata come un cammino progressivo verso la civiltà e il benessere. È cioè la ragione a guidare l’uomo verso il meglio, e ogni ricaduta sarà dovuta a difetti di conoscenza che persistono. Una fiducia nel progresso che porta a giudizi assoluti verso le epoche precedenti,ad esempio nei confronti del Medioevo, considerato come epoca “oscura” dell’ignoranza. Mentre l’uguaglianza e la felicità dell’essere umano era ancora tutta da costruire.