È il primo romanzo dell’Italia unita, che si colloca cioè nel periodo del Risorgimento, ed è l’opera più famosa di Alessandro Manzoni.

La vicenda è ambientata in Lombardia nel 1630, epoca in cui erano l’area si trovava sotto il dominio spagnolo. Nell’epoca in cui Manzoni scrive vi era invece il dominio austriaco, e per sfuggire alla censura austriaca finge di aver trovato casualmente questo libro in cui sono presenti molti ideali patriottici, in cui si incita cioè il popolo a scacciare la nazione straniera.
La storia è quella di due giovani, Renzo e Lucia, cresciuti in un paese sul Lago di Como, Pescarenico. I due stanno per sposarsi, ma il matrimonio è ostacolato da un signorotto della zona, che si chiama Don Rodrigo, che è innamorato di Lucia. Lo stesso aveva fatto una scommessa con il cugino Attilio, in cui sosteneva che sarebbe riuscito a fare sua Lucia, nonostante il matrimonio che aveva programmato. Durante il romanzo, tra imprevisti e colpi di scena, succede di tutto. Prima del lieto fine: i promessi sposi, finalmente, si sposano.
La redazione del romanzo
Il libro è un romanzo di formazione, dove nel corso della storia i personaggi hanno un’evoluzione che li accompagna e li porta a maturazione. Si potrebbe anche tuttavia osservare con maggiore attenzione ciò che sottende il romanzo, ovvero un aspetto di carattere filosofico, o meglio teologico, vale a dire la Provvidenza, che lo cataloga come un romanzo filosofico. Ma è anche e soprattutto un romanzo storico, in quanto ambientato nel Seicento ma scritto più di un secolo dopo.
La prima versione del romanzo aveva un titolo differente, che era Fermo e Lucia. Manzoni lo ha poi riscritto nell’arco di un tempo lunghissimo, 21 anni, cambiandolo in maniera radicale e in modo particolare nella forma, cioè nella scrittura, finendo per creare un modello per la futura lingua dell’Italia unita, che è quello basato sul toscano. In un primo momento infatti Manzoni non era per niente soddisfatto del suo libro, e per questo si recò a Firenze con l’obiettivo di “sciacquare i panni nell’Arno”, come lui stesso dice. Ovvero per riuscire a scrivere in una lingua comprensibile da tutti, per potere cioè essere letto da tutti, cosa che non era possibile nella prima versione in quanto piena di dialetto lombardo e di parole straniere. L’intenzione di renderlo più italiano possibile era anche quella di incitare il popolo al Risorgimento.
I personaggi e i temi dell’opera
I personaggi principali dell’opera sono Renzo e Lucia, i due aspiranti sposi, che subiscono le angherie del potente spagnolo don Rodrigo, poi c’è Fra Cristoforo, il frate bravo che aiutò Renzo e Lucia, il parroco codardo don Abbondio, l’Innominato, il personaggio più cattivo che non poteva nemmeno essere nominato, la Monaca di Monza, l’avvocato Azzeccagarbugli e tanti altri.
I temi principali sono: l’oppressione dei forti sugli umili, i deboli, la gente comune, come sono Renzo e Lucia, che per la prima volta diventano protagonisti di un romanzo, insieme alla Provvidenza Divina che premia gli umili e punisce i potenti. Il romanzo I Promessi Sposi inizia con una frase a dir poco celebre: “Quel ramo sul lago di Como che inizia a mezzogiorno”, vale a dire quella parte del lago rivolta verso Sud.

I capitoli che compongono il libro sono 38. Inizialmente vediamo i bravi, due scagnozzi di don Rodrigo, che avvicinano il prete che dovrebbe celebrare le nozze, don Abbondio, un sacerdote particolarmente timoroso. Le parole con cui gli si rivolgono sono a dir poco chiare: “Questo matrimonio non s’ha da fare”. Il prete si impaurisce e comincia ad inventare tutta una serie di scuse per rimandare il matrimonio. Renzo però è un tipo piuttosto fumantino e convince don Abbondio a farsi dire il perché non li vuole più sposare. Il religioso rivela così il piano di don Rodrigo ai due innamorati, che subito vanno nel panico. Di fronte hanno un nemico a dir poco potente, e non sanno cosa fare. Si rivolgono così all’avvocato Azzeccagarbugli, uomo di legge che dovrebbe aiutare i due poveri malcapitati. Quest’ultimo, però, appena sente il nome di don Rodrigo caccia via i due poveri amanti.
Così arriva in loro soccorso un vero uomo di fede, un prete con una storia molto bella. Nel quarto capitolo Manzoni inizia a raccontare la sua storia, spiegando che si chiamava Ludovico e che era un figlio di un mercante che si era arricchito e che era diventato nobile. Un giorno, mentre passa in una piccola stradina, incrocia un nobile che non lo vuole fare passare, e a questo punto inizia un duello. Mentre il nobile è sul punto di uccidere Ludovico il suo servo, di nome Cristoforo, si mette davanti alla lama con l’obiettivo di proteggere il suo padrone, sacrificandosi per lui. Ludovico in quel frangente, preso dalla rabbia per la morte del suo servitore, impugna la spada e uccide il nobile che lo aveva attaccato. Le sue ferite lo costringono però a ripararsi in un convento, accolto da una comunità di frati, e fu qui che si convertirà al cattolicesimo, prendendo il nome del suo servitore che aveva donato la vita per lui.

La figura di Fra Cristoforo
Lo stesso Fra Cristoforo aiuta Renzo e Lucia a scappare dal paesello, e il primo viene mandato a Milano mentre invece Lucia va a Monza. Nell’ottavo capitolo, infatti, nominato “La notte degli imbrogli e dei sotterfugi”, Renzo e Lucia provano a sposarsi ugualmente ma non ce la fanno, mentre il nono e il decimo capitolo sono sostanzialmente un romanzo a sé stante, ispirato a una donna realmente esistita, Gertrude, ovvero La monaca di Monza.
Lucia è infatti costretta a seguire la vita della monaca, ma in convento la stessa Lucia si innamora di un malavitoso. Ma il suo amante scopre chi è davvero Lucia, e siccome don Rodrigo la stava cercando entra in scena l’Innominato, che la fa rapire e la porta nel suo castello. Si tratta di uno dei personaggi senza dubbio più cattivo del romanzo, ancora più di don Rodrigo, tanto che il suo nome, per quanto si tratta di una persona perfida e potente, non può nemmeno essere pronunciato. La notte Lucia fa voto di castità alla Vergine Maria chiedendo che le venisse risparmiata la vita. Le sue preghiere vennero ascoltate dal Signore, che manda lo Spirito Santo nei pensieri dell’Innominato provocandogli durante la notte tutta una serie di incubi. Il giorno dopo l’Innominato libererà Lucia, ma si dirigerà dal Cardinale Borromeo per chiedere delle spiegazioni. Cardinale che prima ascolta la storia e poi libera l’Innominato dai suoi peccati, convertendolo al cattolicesimo e facendogli cambiare vita.
La peste che colpisce Milano
Renzo nel frattempo si trova a Milano, dove scoppia la Rivolta dei pani, famosa perché il popolo assaltò i forni per rubare il pane con cui fare fronte alla carestia. Nel romanzo la polizia ferma i rivoltosi, tra cui Renzo, che riesce a scappare e si reca dal cugino Bortolo a Bergamo. A Milano scendono però i Lanzichenecchi, soldati mercenari tedeschi, che porteranno la peste in Italia. I capitoli 32 e 33 sono infatti ambientati durante l’epidemia di Peste che colpisce Milano nel 1629. Malattia di cui si ammaleranno don Abbondio, Perpetua, Agnese, e anche don Rodrigo. Perpetua, l’aiutante di don Abbondio, muore. Anche Renzo presenta i sintomi della peste, ma ne riesce a guarire, prima di tornare a Milano in cerca di Lucia. Il luogo in cui si dirige è il Lazzaretto, vale a dire l’ospedale in cui venivano ricoverati tutti gli appestati, dove trova don Rodrigo sul letto di morte.
A quel punto Renzo incontra Lucia che le rivela di avere fatto il voto di castità alla Madonna per salvarsi dalla prigionia. Quindi non si possono più sposare. Rivoltisi a Fra Cristoforo, però, questi la libera dal voto e nel 38esimo capitolo tutto, finalmente, finisce con il matrimonio, celebrato dallo stesso frate.

Il finale è un’invocazione: “Vogliate bene a chi ha scritto la storia e anche un pochino a chi l’ha raccontata”. Infatti lo stesso Manzoni afferma di avere trovato la storia in un manoscritto del Seicento e di averla in seguito solamente adeguata. Ciò non corrisponde però a realtà: la storia è di Manzoni, il suo è solo un trucco per rendere la vicenda ancora più verosimile, ma anche e soprattutto per diffondere un’opera certamente non gradita all’austriaco Regno Lombardo-Veneto.